Washington Post e NY Times innovano per rilanciarsi

Da un lato la valorizzazione dei contenuti legati al digitale e l’abbandono del modello commerciale pubblicitario a favore delle entrate dal pagamento di articoli e servizi, dall’altro il cambio di paradigma anche nel lavoro di redazione: sembra stare qui la chiave del rilancio del Washington Post e del New York Times.Approfondisce le nuove “magnifiche sorti e progressive” dei due giornali statunitensi Il Sole 24 Ore con un servizio di Marco Valsania (uscito il 23 gennaio 2018). Il corrispondente scrive come il Washington Post targato Jeff Bezos, che ha acquisito il giornale nel 2013 per 250 milioni, sia ormai uscito dal tunnel della crisi e, mentre gli altri players del settore continuano a perdere risorse e tagliare personale, abbia raggiunto un giro d’affari di oltre cento milioni di dollari l’anno, con un numero di utenti arrivato a 75 milioni (cresciuto del 57% dal 2013) e page view a 985 milioni. “Bezos è riuscito nell’impresa traducendo la strategia consumer-centric di Amazon in un nuovo approccio reader-centric, incentrato sul lettore, per il quotidiano. È il contenuto la vera “killer app” del nuovo Post su cui si reggono tutte le altre”, scrive Valsania.

In effetti, le inchieste di rilievo sono state diverse. Ma è il paradigma che con Bezos è radicalmente mutato:

Dicendola ancora con Bezos: “Storicamente abbiamo guadagnato relativamente tanto per lettore per una base di utenti piuttosto bassa. Ora dobbiamo realizzare piccoli guadagni per lettore su una base molto più ampia”. Raggiungere cioè schiere di utenti con campioni di prodotto, poi a scalare in proporzione alla spesa richiesta. E con armi hi-tech messe al servizio del contenuto, rafforzando poi costantemente questa piramide.

Valsania elenca tools e software in uso in redazione che hanno innovato il modo di lavorare e dunque anche il prodotto: da quello che permette di presentare gli articoli in maniera differente e scegliere la versione più letta, fino a quello che carica contenuti in frazioni di secondo e gestisce i commenti (per approfondimenti, vedere anche questo articolo).

Washington Post e New York Times

Il modello “oltre la pubblicità” sembra la strada obbligata, comunque quella più promettente, oggi, negli Stati Uniti. Lo conferma anche Jeo Kahn, managing editor del New York Times, in un colloquio con lo stesso Valsania (pubblicato nella stessa edizione del Sole). Il manager spiega come le entrate da abbonamenti siano già superiori a quelle da pubblicità (65% contro 35%) e come questa inversione abbia determinato una rivoluzione nell’organizzazione del lavoro: ogni settore redazionale non produce più come prima le rispettive pagine del giornale in edicola, ma solo la parte digitale dalla quale altri colleghi realizzano la copia a stampa.

«I desk non sono più responsabili dell’edizione cartacea, bensì del digital report. Un’altra squadra crea la sezione dopo che le storie sono uscite su piattaforme digitali e questa non rispecchia necessariamente il digital report».

Altro choc per i giornalisti è stata la creazione di un’agenzia pubblicitaria interna, T-Brand Studio, che comunque è separata dalla newsroom. Tutte queste scelte sembrano, al momento, promettere bene:

«Kahn è ottimista sul modello di business del futuro almeno per le grandi testate. “Pochi sanno offrire giornalismo analitico, scettico, investigativo”. La scommessa è quella di essere sempre più rilevanti e disponibili ovunque. «Molto lavoro resta da fare per capire il pubblico di oggi e del futuro – avverte – ma in tutto questo la newsroom rimarrà il cuore».

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