Siria e altre guerre, la difficile verifica delle notizie

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Nella ridda di articoli relativi al recente attacco di Stati Uniti, Francia e GB contro Bashar al-Assad in Siria, ho apprezzato la scelta del Corriere della Sera di non dare per certe le notizie veicolate in Occidente sull’uso di armi chimiche contro i civili nella zona di Ghouta da parte del regime. Anzi, di mettere in guardia circa possibili manipolazioni.

Andrea Nicastro, oggi inviato speciali di Esteri dopo essere stato inviato di guerra e corrispondente dalla Penisola Iberica, nel corsivo del giorno dell’edizione dell’11 aprile (“Guerra in Medio Oriente. La necessità di avere un’informazione onesta”, pagina 26), scrive di “obbligo” nel “dubitare di quel che ci viene detto (molto) e mostrato (poco)”.

La guerra siriana, nonostante i mille canali social che la raccontano live dai telefonini, è la meno vista della storia. Il problema è che non ci sono giornalisti indipendenti a guardarla. Ce ne sono molti “social”, ce ne sono alcuni di regime e anti-regime, ma sono tutti di parte. Perché? Perché andare tra i ribelli è pericoloso, tra chi piange per i gas c’è quel che resta dell’Isis. Questo non vuol dire che i giornalisti siano sempre una garanzia. Abbondano gli errori fatti dal fior fiore della stampa libera. Uno, clamoroso, fu credere alla figlia dell’ambasciatore kwaitiano che si spacciava per infermiera: “I soldati di Saddam Hussein rubano le incubatrici e lasciano morire i bambini”. La guerra del 1991 si giustificò anche così.

Questo, citato da Nicastro, è uno dei “case history”. Sempre durante la Guerra del Golfo, fece il giro del mondo la foto del cormorano moribondo ricoperto di petrolio presentata come la prova dei supposti versamenti di greggio operati da parte di Saddam Hussein al fine ostacolare l’invasione “alleata”. Bene: solo in seguito si seppe non solo che quasi tutti i versamenti in mare furono frutto dei bombardamenti nordamericani di petroliere irachene, ma che inoltre la famosa foto del cormorano era stata scattata anni addietro in un disastro ecologico dopo l’affondamento di una petroliera nel Mare del Nord.

Pochi anni prima, nel dicembre 1989, era stata la Romania teatro della coltivazione di un altro caso da manuale. Dopo le prime notizie di alcuni spari a Timisoara, si diffusero informazioni sulla repressione di una manifestazione da parte della Securitate, con le agenzie di stampa jugoslava e dell’ex DDR che scrissero di una città completamente distrutta. Le TV di stato ungherese jugoslava mostrarono poi immagini di fosse comuni, ma il bollettino sanitario parlava di poche decine di morti. Poi, mentre gli Stati Uniti invadevano Panama, la CNN offrì una copertura senza precedenti alla rivoluzione rumena parlando di decine di migliaia di morti. Sarà a fine gennaio 1990 France Press a rivelare che la strage di Timisoara era in realtà un enorme bluff e solo poche testate europee faranno ammenda per l’errore.

Purtroppo – continua Nicastro – non possiamo dire cos’è successo a Ghouta. Ma sappiamo che non dobbiamo fidarci degli “elmetti bianchi” della contro-propaganda di Russia Tv e neppure delle dichiarazioni dell’Amministrazione Usa. Nel 2003 mentì il segretario di Stato Colin Powell all’Onu, oggi potrebbe farlo Donald Trump via Twitter. Abbiamo bisogno di prove, di informazione onesta e di prima mano, non di abboccare a chi è più convincente.

Nell’attuale scenario in Siria, è piuttosto difficile attuare una verifica indipendente dei fatti che conduca a una incontestabile presa di posizione. Per paradosso, umanamente, in tanti auspicherebbero che le immagini dei civili colpiti con sarin e altri gas a base di cloro siano solamente una messa in scena e che nessuna delle parti in guerra abbia usato simili atrocità.

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