Salute, media e privacy

In recenti clamorosi episodi di cronaca relativi a casi di cosiddetta “malasanità”, è emerso in tutta la sua drammaticità il contrasto di interessi che oppone l’operatore dell’informazione, da un lato, e le persone coinvolte nei fatti, dall’altro, laddove queste si sforzano di tutelare la propria riservatezza e al contrario i media tendono a raccontare fino al più minuto dettaglio dell’accadimento e oltre. Senza entrare nel merito del dibattito che puntualmente prende a oggetto le trasmissioni televisive di infotainment delle reti generaliste e le loro discutibili modalità di trattazione, si vuole qui approfondire il lavoro dei giornalisti, compresi quelli che stanno negli uffici stampa e negli uffici comunicazione di ambito sanitario, proprio con riferimento al rispetto della privacy e all’applicazione delle norme deontologiche.

La riservatezza e i “media privilege”

Il trattamento dei dati personali e in particolare delle condizioni di salute rappresenta un terreno molto rischioso per il giornalista che opera in ambito sanitario, in quanto, nonostante le svariate fonti di riferimento, la questione non è precisamente e univocamente definita. La legislazione nazionale e, ancora prima, quella europea riconoscono la necessità di contemperare la libertà di manifestazione del pensiero, propria dell’attività giornalistica, con il diritto alla riservatezza da parte di ogni persona. Il Codice in materia di protezione di dati personali, cosiddetto “Codice privacy” (d.lgs. n. 196/2003), include le condizioni di salute, come i dati sulle opinioni politiche, sull’appartenenza religiosa ed etnica o sulle abitudini sessuali, nella sfera dei cosiddetti “dati sensibili”, che godono di una tutela rafforzata in quanto, essendo propri della sfera più intima della persona, possono essere facilmente utilizzati a fini discriminatori.

Ora, l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (istituita dalla legge n. 675 del 1996), da un lato, e la categoria giornalistica attraverso codici di autoregolamentazione, dall’altro, contribuiscono a trovare quell’equilibrio tra il diritto alla riservatezza e quello a informare e a essere informati, anche in tema di salute, che è quasi mai facile, come scrive Mauro Paissan:«Il rapporto tra privacy e informazione è notoriamente assai delicato. Proprio perché il diritto di cronaca e il correlativo diritto dei cittadini a essere informati costituiscono una precondizione per la democraticità delle società contemporanee, i giornalisti sono esentati dall’applicazione di alcune regole che costituiscono invece la norma per il trattamento ordinario delle informazioni riferite a persone identificate o identificabili»[1]. Si parla di “media privilege” rispetto alle “libertà” attribuite agli operatori dell’informazione. In Italia, infatti, i princìpi di protezione dei dati trovano applicazione nel settore giornalistico con alcune eccezioni: non è necessario il consenso dell’interessato per il trattamento dei dati anche sensibili, non c’è alcuna autorizzazione del Garante, l’informativa da fornire è essenziale ed è tutelato il segreto sulla fonte della notizia. Proprio questi “privilegi” concorrono alla fluidità di un campo piuttosto delicato, che mette alla prova l’autonomia e la pratica della deontologia professionale.

La disciplina per i trattamenti di dati personali nel lavoro giornalistico prevede la possibilità che il professionista, “nell’esercizio della propria attività e sotto la propria responsabilità, diffonda dati personali, anche prescindendo dal consenso dell’interessato, purché i dati siano stati raccolti in modo lecito e corretto” (art. 11, comma 1, lett. a) del Codice in materia di protezione dei dati personali) e la loro diffusione avvenga nei limiti “dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico” (art. 137 del Codice)[2]. Tale principio trova applicazione anche rispetto a dati di natura sensibile, quali sono quelli idonei a rivelare lo stato di salute nonché a dati personali inerenti a procedimenti penali, come previsto dal Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica.

Quest’ultimo Codice, allegato a quello della “privacy”, pubblicato nel 1998 grazie alla collaborazione tra Garante e Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, per quel che ci riguarda, all’art. 10 recita: “Il giornalista, nel far riferimento allo stato di salute di una determinata persona, identificata o identificabile, ne rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza e al decoro personale, specie nei casi di malattie gravi o terminali, e si astiene dal pubblicare dati analitici di interesse strettamente clinico”.

Lo stesso Garante della privacy, con provvedimento dell’11 giugno 2004 in risposta ai quesiti posti dall’Ordine dei giornalisti, offre ulteriori indicazioni alla categoria rispetto al trattamento di dati relativi alla sfera dello stato di salute (e sessuale, a differenza di altre quali indagini o provvedimenti restrittivi), al fine di tutelare la dignità degli interessati ed evitare ingiustificate strumentalizzazioni: «Particolari cautele sono prescritte al giornalista con riguardo alla circolazione di informazioni relative allo stato di salute, soprattutto quando la notizia riguarda persone – anche solo indirettamente identificabili – interessate da malattie gravi e irreversibili. La necessità di proteggere tali persone da un’indebita intrusione sui loro fatti di vita e sulle loro scelte da parte dei mezzi di comunicazione giustificano pertanto gli interventi decisi dal Garante, come è avvenuto, ad esempio, per il caso della ragazza affetta dal morbo della cosiddetta “mucca pazza” o, di recente, per la donna balzata sulle prime pagine dei giornali per il suo rifiuto di sottoporsi ad un intervento chirurgico (ritenuto dai medici necessario per la salvarle la vita). Quando simili informazioni vengono fornite dagli stessi interessati (ad esempio, mediante un’intervista) il giornalista può invece renderle pubbliche assicurando in ogni caso che tale operazione non pregiudichi la dignità degli interessati medesimi»[3].

In sostanza, «il giornalista non deve chiedere il consenso per trattare i dati sulla salute, però il Codice deontologico impone grande cautela. La diffusione di informazioni sanitarie può non solo aumentare lo stress e il disagio che la condizione di malato porta normalmente con sé, alimentando la curiosità a volte morbosa del proprio ambiente sociale e professionale. Può anche diffondere paura, repulsione, stigmatizzazione sociale, discriminazione»[4].

Le carte di autoregolamentazione

Nell’individuare i riferimenti relativi al trattamento dei dati personali da parte del giornalista, i codici deontologici sono da considerare non semplici esercizi ma, come ha scritto la Suprema Corte (Cass. Pen. III, 17 aprile 2008, n. 16145), norme giuridiche vincolanti nei confronti degli iscritti e tali che la loro violazione assume rilievo non solo disciplinare (il giornalista comunque «potrà andare esente dal consenso dell’interessato, in quanto il trattamento, oltre che essere effettuato per il perseguimento delle finalità giornalistiche, rispetti i limiti del diritto di cronaca e quello dell’essenzialità dell’informazione»[5]).

Alcuni Ordini regionali hanno redatto “carte” (di recente confluite con altri documenti nel “Testo unico dei doveri del giornalista”) sulla modalità di trattare argomenti di comunicazione sulla salute. Tra queste, la più rilevante è la “Carta di Perugia” su “Informazione e malattia” (redatta nel 1995 dal Consiglio dell’Ordine regionale dei Giornalisti, dalla Federazione regionale dei medici e dall’Ordine regionale degli Psicologi), strumento che – si legge nel preambolo – il giornalista “utilizzerà per garantire il rispetto dei diritti del cittadino malato e del cittadino che legge i giornali e guarda la televisione. Interagendo attiviamo processi di comunicazione: vogliamo farlo in maniera sempre più completa e corretta, salvaguardando la reciproca autonomia, ma con gli stessi obiettivi di fondo”. Da segnalare anche la Carta di S. Michele, redatta nel 1996 dagli Ordini dei medici e degli odontoiatri e dei giornalisti delle province autonome di Trento e Bolzano, intesa “a tutela dei diritti del cittadino per una corretta informazione su stati morbosi, terapia, diagnosi e attività professionale del medico”. Meritano menzione anche la Carta di Torino 2001, redatta dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e dal Consiglio dell’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Torino, che ha per titolo “Medici e giornalisti per la deontologia dell’informazione”, e la Carta della Toscana del 2005 su “La buona pratica nell’informazione bio-medica”, frutto del lavoro dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione regionale degli Ordini dei medici della Toscana, nonché la Carta dell’informazione in sanità – Codice comportamentale del medico e del giornalista, redatta nel 1997 da medici e giornalisti della Commissione di bioetica dell’Ordine dei medici di Roma con il patrocinio dell’Associazione stampa medica italiana Asmi-Fnsi.

Un cenno merita anche la Carta di Treviso, che impegna i giornalisti a norme e comportamenti eticamente corretti nei confronti dei minori. Firmata il 5 ottobre del 1990 da Federazione nazionale della stampa, Ordine dei giornalisti e Telefono Azzurro, la Carta (che prende il nome dalla città in cui è stata sottoscritta) è stata integrata con un vademecum nel novembre 1995 ed aggiornata ancora nel 2006. La nuova versione ha accolto le osservazioni del Garante per la protezione dei dati personali[6], che ha approvato la serie di norme che regolano la tutela dei minori nell’attività giornalistica (delibera 26 ottobre 2006). Ai fini dei temi qui affrontati, oltre agli aspetti generali come la garanzia dell’anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca (art. 2) e il divieto di pubblicazione di «tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione» (art. 3), è di particolare interesse l’art. 7, secondo il quale «nel caso di minori malati, feriti, svantaggiati o in difficoltà occorre porre particolare attenzione e sensibilità nella diffusione delle immagini e delle vicende al fine di evitare che, in nome di un sentimento pietoso, si arrivi ad un sensazionalismo che finisce per divenire sfruttamento della persona».

Siti e giornali: due casi concreti

Per meglio comprendere l’evoluzione del trattamento dei dati sulla salute, con riferimento alla cronaca e alla comunicazione pubblica, si possono citare due casi di diverso genere.

Di recente, dieci Comuni italiani particolarmente ossequiosi delle norme sulla trasparenza, hanno pubblicato sui rispettivi siti istituzionali informazioni sullo stato di salute di cittadini. Si trattava di ordinanze con le quali i sindaci disponevano il trattamento sanitario obbligatorio di diverse persone, di cui erano resi noti non solo i dati anagrafici (nome, cognome, luogo e data di nascita) e la residenza, ma anche la patologia sofferta. Dati che il Garante privacy ha fatto oscurare dai siti web. «La sacrosanta esigenza di trasparenza della Pubblica amministrazione – ha commentato Antonello Soro, Presidente dell’Autorità – non può trasformarsi in una grave lesione per la dignità dei cittadini interessati. Prima di mettere on line sui propri siti dati delicatissimi come quelli sulla salute, le pubbliche amministrazioni, a partire da quelle più vicine ai cittadini, come i Comuni, devono riflettere e domandarsi se stanno rispettando le norme poste a tutela della privacy. E devono evitare sempre di recare ingiustificato pregiudizio ai cittadini che amministrano. Oltretutto, errori gravi e scarsa attenzione alle norme comportano come conseguenza che il Garante debba poi applicare pesanti sanzioni»[7]. Nelle linee guida in materia emanate successivamente, nelle quali sono condensate in un quadro organico le cautele e le misure a carico della Pubblica Amministrazione, il Garante ha precisato che «è sempre vietata la pubblicazione di dati sulla salute e sulla vita sessuale» e che, «qualora le Pa intendano pubblicare dati personali ulteriori rispetto a quelli individuati nel decreto legislativo n.33, devono procedere prima all’anonimizzazione di questi dati, evitando soluzioni che consentano l’identificazione, anche indiretta o a posteriori, dell’interessato».

L’altro episodio risale al 2008 e riguarda le conseguenze di un incidente stradale in Sicilia nel quale rimasero feriti componenti di uno stesso nucleo familiare; i quotidiani Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud, nel raccontare la cronaca del sinistro, rivelarono numerosi dati personali, tra i quali le generalità, l’età, la professione, il luogo di nascita e il luogo di residenza degli sfortunati viaggiatori, pubblicando anche le fotografie e dando la notizia dell’amputazione di un arto subita da uno di loro. Dettagli e materiale fornito dalla Polizia stradale intervenuta sul luogo dell’incidente: fonte che presuppone una raccolta corretta delle informazioni da parte dei giornalisti, quanto al metodo. Nel merito, invece, il Garante ebbe parecchio da eccepire. In riscontro alla segnalazione da parte delle persone coinvolte, infatti, l’Autorità, ribadendo il principio dell’essenzialità dell’informazione e la necessità di maggiore rigore nella diffusione di notizie idonee a rivelare particolari condizioni di salute di una persona identificata o identificabile, riconobbe che i quotidiani aggiunsero «autonomamente informazioni particolareggiate sulle condizioni di salute del segnalante, nonché altri dati personali relativi ai segnalanti (ad es., il luogo di abitazione; inoltre, il Giornale di Sicilia ha pubblicato l’anno del loro matrimonio e il paese d’origine) che nel loro insieme risultano eccedenti ai fini della cronaca sull’accaduto»; e che anche la circostanza dell’amputazione di un arto contrasta con le garanzie riconosciute alla persona. Di qui il divieto imposto ai due quotidiani di diffondere ulteriormente le notizie relative alle conseguenze di quell’incidente[8].

Conclusioni: l’autonomia del professionista

Dunque, i riferimenti di legge e i principi di deontologia non mancano. Ma non è facile per il giornalista che si occupa di salute, e quindi neanche per quello che lavora in un ufficio stampa sanitario, muoversi tra i due (o più) punti del campo. «Non sono, infatti, le regole, pure numerose e complesse, a limitare di fatto la libertà del giornalista, ma la loro indeterminatezza e la difficoltà a ricavarne sicure linee di comportamento»[9], sostengono tre esperti del “rischio del mestiere”. Nella sostanza, si tratta di trovare un contemperamento tra i diritti della persona e quello all’informazione, che il mondo dei media invoca e un ufficio stampa deve contribuire a garantire.

Ai giornalisti e a coloro che esercitano l’attività di informazione si consente di raccogliere e diffondere dati personali, ivi compresi i dati sensibili, senza incontrare tutte le limitazioni previste dalla legge in via generale, nel rispetto del limite dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico, ferma restando la possibilità di trattare i dati relativi a circostanze o a fatti resi noti direttamente dall’interessato o attraverso suoi comportamenti in pubblico. La mancanza di regole rigide «comporta alla fine, però, un’assunzione di responsabilità del giornalista, senza criteri precisi, cui uniformarsi»[10]. Con il rischio che, da un lato, si riduca eccessivamente il dato fino a dire ciò che chiunque può comprendere, dall’altro di ledere il diritto della persona a mantenere riservate le informazioni sulle proprie condizioni di salute. E dunque?

Viene in parte in aiuto il citato Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, lì dove fornisce tra l’altro indicazioni sull’accezione di “essenziale”, definita come “l’informazione, anche dettagliata, [che] sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti”.

In sostanza, la valutazione di essenzialità consiste in un giudizio di pertinenza tra il singolo dato e l’oggetto dell’informazione. «La valutazione di essenzialità del dato compete al giornalista nella sua libertà operativa e nella sua coscienza deontologica: in questo senso la legge sulla privacy attua nei confronti degli operatori dell’informazione un affidamento di responsabilità che impone un bilanciamento di interessi in gioco egualmente rilevanti e talvolta confliggenti: quello del soggetto cui si riferisce il dato alla tutela della propria riservatezza e quello della collettività ad essere informata su vicende di indubbia rilevanza e utilità sociale. È in questo caso che l’essenzialità rappresenta, oltre che un giudizio di pertinenza, anche un criterio di continenza espressiva»[11].

Le indicazioni e i parametri derivanti dalle norme e dalle istituzioni citato, disegnano una “giurisprudenza” del Garante «sensibile alla tutela costituzionale (art. 21 della Costituzione) del diritto di cronaca e della libertà di manifestazione del pensiero che peraltro, significativamente, sono richiamati proprio nelle prime righe del Codice deontologico», scrive Paissan[12].

Se dunque, come abbiamo visto, il principio che dovrebbe ispirare il lavoro dell’addetto stampa, in quanto esercita attività giornalista, è l’essenzialità dell’informazione, nel caso della salute/malattia, si tratterà di evitare di fornire notizie particolareggiate e in tal senso il giornalista è chiamato, da un lato, a dare la notizia, dall’altro ad “asciugarla” fino alla misura della “essenzialità” che considera opportuna. E questo non è sempre e comunque prefissato: nel caso dell’incidente di un bambino potrà bastare dire che ha un politrauma ed è in prognosi riservata in Rianimazione, ma se vittima del sinistro è un politico o comunque una personalità nota l’opinione pubblica potrebbe forse avere diritto a maggiori approfondimenti? Il dovere del giornalista, in questo caso, a quale livello di “essenzialità” può/deve arrivare? Ogni scelta è affidata alla responsabilità, alla professionalità, alla sensibilità del singolo, chiamato ad una approfondita conoscenza delle norme, ad una costante attenzione alla tutela dei diritti riconosciuti e a un continuo aggiornamento sulla specifica materia.

Scritto per "Bioetica e Cultura", rivista dell'Istituto Siciliano di Bioetica n. XXIV, stampato a marzo 2018

[1] M. Paissan, Privacy e giornalismo. Libertà di informazione e dignità della persona, Garante per la Protezione dei dati personali, Roma 2012.

[2] Il citato art. 137 impone al giornalista di rispettare “i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti” e precisa che possono essere trattati i dati personali relativi a circostanze o fatti resi noti direttamente dagli interessati o attraverso loro comportamenti in pubblico.

[3] Garante per la protezione dei dati personali, Privacy e giornalismo. Alcuni chiarimenti in risposta a quesiti dell’Ordine dei giornalisti, doc. web n. 1007634.

[4] M. Paissan, cit., pag. 43.

[5] Cass. Pen. III, 17 aprile 2008, n. 16145

[6] L’intervento del Garante è collegato alla circostanza che la Carta di Treviso è richiamata nell’articolo 7 del citato Codice deontologico sulla privacy.

[7] Garante per la protezione dei dati personali, “No a dati sulla salute dei cittadini sui siti web dei Comuni” - 12 marzo 2013, doc. web n. 2310995.

[8] Per ricostruire integralmente il caso: Garante per la protezione dei dati personali, Giornalismo: rispetto del principio di essenzialità dell'informazione nel caso di conseguenze di un incidente - 2 aprile 2008, doc. web n. 1519908.

[9] Caterina Malavenda, Carlo Melzi D’Eril, Giulio Enea Vigevani, Le regole dei giornalisti. Istruzioni per un mestiere pericoloso, Il Mulino, Bologna 2012, pag. 121

[10] Id. pag. 125

[11] A. Barbano (in collaborazione con V. Sassu), Manuale di giornalismo, Laterza, Bari 2012, pag. 275.

[12] M. Paissan, cit. pag. 29

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