Quali garanzie dai comunicati di non giornalisti?

Comuncati Stampa

Il dibattito sull’obiettività del giornalismo è antico almeno quanto la stessa professione. Oggi, si è arricchito degli aspetti connessi all’esplosione dei flussi informativi sui canali digitali, social e non.

La moltiplicazione delle fonti che tempestano le redazioni di comunicati, note e messaggi, da un lato, e la concorrenza tra le testate anche sul piano della tempestività, dall’altro, comprimono i tempi di lavorazione degli articoli da parte dei giornalisti, a detrimento della possibilità di verifica e approfondimento. La dilatazione degli spazi professionali delle attività di informazione e comunicazione ha d’altro canto portato a un decadimento del “peso” riconosciuto a chi svolge questo lavoro, con la proliferazione di contratti non giornalistici, di semplice collaborazione o, se di natura subordinata, a tempo parziale. Insomma, succede molto spesso che chi oggi svolge lavoro giornalistico nelle testate web non è inquadrato e pagato come lo era il giornalista che lavorava nelle redazioni dei giornali: retribuzioni inferiori, poche garanzie. Le stesse redazioni storiche sono state “sfoltite” dalle decisioni degli editori di alleggerire il costo del personale a causa della crisi di vendite di copie e spazi pubblicitari. Sull’altro campo, ci sono realtà che, pur producendo contenuti giornalistici (come lo sono i comunicati stampa), ritengono di non doversi avvalere di giornalisti con la specifica professionalità e deontologia: enti para-pubblici, organizzazioni sindacali, società private con interessi pubblici. A peggiorare il quadro, anche una tendenziale minore preparazione professionale, dovuta in larga parte proprio all’evaporazione delle redazioni e degli ambienti in cui si formavano i giornalisti.

Uno scenario che contribuisce a quelle degenerazioni che troppo spesso si ritrovano sui giornali, online ma non solo. La stampa diventa lo spazio nel quale si consumano pressioni e ritorsioni, senza che il giornalista svolga l’attività riconosciuta (imposta) dall’ordinamento: “il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede” (legge n. 69 del 1963). Ciò passa dalla verifica e dal riscontro delle informazioni che riceve. Ma troppo spesso oggi, proprio per le ragioni sopra esposte, si scambia il rispetto della verità con l’equilibrio dello spazio riconosciuto a due fonti che si contrappongono e – magari – si contraddicono. Ovvero: A dice una cosa, B un’altra e il resoconto giornalistico si limita a pubblicarle entrambe, di seguito, senza elaborazioni di sorta. È sicuramente condizione migliore rispetto a quella di chi pubblica ciò che arriva per prima, senza chiedere riscontro a chi ne è chiamato in causa. E però non è sufficiente, specie quando B “prova”, con documenti alla mano, che A mente o sbaglia.

Ritengo che non si possa mettere sullo stesso piano una nota stampa di una realtà privatistica, spesso non firmata, con un comunicato stampa di un ente scritto da un giornalista che per quella struttura lavora, il quale è “tenuto severamente ad osservare non solo le norme stabilite per il pubblico dipendente, ma anche quelle deontologie fissate dalla legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti e quelle enunciate nei vari documenti ufficiali dell’Ordine stesso e che regolano eticamente la professione” (Carta dei doveri del giornalista degli Uffici Stampa, 2002). Chiaro: anche il giornalista può violare principi e regole della professione, ma se lo fa può essere perseguito anche sotto il profilo deontologico. Insomma, il punto di partenza non è equivalente, checché se ne possa dire.

Ma in quegli spazi di ridotto esercizio dell’attività giornalistica si insinuano gli avvelenatori, che non solo falsificano la realtà ma strumentalizzano i giornalisti in buona fede, la quasi totalità rispetto ai colleghi coinvolti in episodi veramente corruttivi di cui spesso danno conto i magistrati. È un aspetto sul quale la categoria dovrà insistere, nella giusta battaglia contro l’esercizio abusivo della professione.

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