News of the World, scandalo di fine impero

Da "Dove sta la notizia" di G. Di Fazio e O. Vecchio

 

Avevano ascoltato le conversazioni dei genitori di David Foulkes, ventenne prima dato per disperso e poi identificato come una delle vittime degli attacchi alla metropolitana di Londra nel luglio 2005. Avevano persino cancellato i messaggi registrati sul cellulare di Milly Dowler, una ragazzina rapita nel 2002 e poi trovata morta, per liberare spazio nella memoria del dispositivo, alimentando così le speranze della famiglia di ritrovare la figlia in vita. A tanto erano arrivati investigatori, dirigenti e giornalisti di “News of the World”, il settimanale più letto oltremanica con due milioni e 800 mila copie diffuse ogni domenica, architrave di News International, gruppo dell’universo di Rupert Murdoch. Al di là dei risvolti politici sulle sorti del premier britannico David Cameron, vicino alla direttrice di allora Rebekah Brooks, amico di James Murdoch, figlio del magnate australiano, e soprattutto così vicino al giornale da chiamare una delle maggiori firme, Andy Coulson, nella cerchia dei più fidati collaboratori, il Watergate britannico è una storia emblematica: i giornali che avevano le notizie che gli altri non avevano, e che comunque le avevano prima degli altri, le carpivano illecitamente. Con metodi inopportuni deontologicamente e riprovevoli eticamente. Ma il tabloid è rimasto vittima della sua stessa smania di scoop: scoppiato lo scandalo, compromessa l’immagine, perduto il sostegno di primari inserzionisti, la testata ha chiuso. A dare la notizia dello stop, pochi giorni dopo l’inizio della bufera, è stata, piangendo, la Brooks: la stessa giornalista che aveva detto di non sapere nulla, da direttrice, quando alcuni reporter del suo giornale avevano chiesto a un investigatore privato di intercettare 4 mila comuni cittadini.

La chiusura del “News of the World” è una pietra miliare nella storia del giornalismo europeo anche per ciò che la testata rappresentava. Fondato nel 1843, diffuso soprattutto tra gli esponenti della working class, riuscì a scalare le classifiche delle edicole raggiungendo due milioni di copie vendute nel 1912, 3 milioni nel 1920, 4 milioni nel 1939. Il motto era “c’è tutta la vita umana”. E c’è stata, in oltre un secolo e mezzo: perché tra gossip, scandali e scoop, si distinguono campagne importanti, come la battaglia per raccogliere fondi per le famiglie dei caduti e dei feriti in guerra, o, nel 2000, dopo il rapimento e l’assassinio della piccola Sarah Payne, la scelta di pubblicare i nomi dei pedofili che da un lato accese una sorta di “caccia alle streghe” ma dall’altro lato portò alla cosiddetta “legge di Sarah” che garantisce l’accesso al registro dei pedofili. «E chi può dimenticare la storia di Sarah Ferguson che a un giornalista camuffato da sceicco ha venduto per mezzo milione di sterline l’accesso all’ex marito, il principe Andrea? O le scappatelle del principe Harry con la bella di turno, i suoi esperimenti con alcol e sostanze illegali, il campione olimpico di nuoto Michael Phelps fotografato a una festa con una pipa piena di cannabis, le orge di Max Mosley? Tutti scoop che, dignitosi o meno, hanno fatto del “News of the World” un settimanale da tre milioni di copie a settimana. La sua chiusura, sicuramente, segna la fine di un’era»[1].

È stata una nemesi, approdo di «una selvaggia pesca a strascico nell’infinito mare del dolore quotidiano. Qualunque cosa serviva in quegli anni per garantire una prima pagina d’effetto. E dove non arrivavano le intercettazioni arrivava la corruzione»[2]. Proprio Coulson, direttore del tabloid dal 2003 al 2007, è stato arrestato (e poi rilasciato) da Scotland Yard perché sospettato di avere pagato diversi poliziotti per avere notizie riservate in esclusiva. Con lui in manette è finito anche il collega Clive Goodman, ex corrispondente “reale”, che già nel 2007 era stato sbattuto in prigione per avere intercettato illecitamente alcuni membri dello staff della Regina; la redazione del “Daily Star”, dove lavora, fu perquisita.

Era stata la serie di “strani” scoop di Goodman ad aprire il coperchio sulla vicenda. Era il 2005 e il principe William si infortunò al ginocchio per uno stiramento. Il giornalista pubblicò la notizia, come scrisse, una settimana dopo che William aveva preso in prestito da un amico attrezzature da ripresa. I due ragazzi non si capacitavano di come il giornale avesse l’informazione e realizzarono che l’unica possibilità era che il reporter avesse ascoltato i messaggi sulle rispettive segreterie telefoniche. Da qui, dal ginocchio di William, partì l’inchiesta di Scotland Yard.

L’epilogo è stato il numero in edicola il 10 luglio 2011, 48 pagine stampate in tiratura straordinaria di 6 milioni di copie, senza pubblicità ma con un ricavato destinato a opere di beneficenza. E il titolo “Thank you e Goodbye”. Grazie e arrivederci. Nel giro di tre giorni, restano senza lavoro quasi 200 dipendenti: «È il mio ultimo giorno al desk di “News of the World”, voglio andarmene col botto», è stato il “testamento” del giornalista Jamye Lions. L’ha scritto su Twitter.

«Fossi stato in lui, avrei accettato le dimissioni di Rebekah Brooks», aveva detto Cameron spingendo Murdoch verso l’allontanamento del suo braccio destro, già direttore del NoW e amministratore delegato del gruppo. La difesa del magnate è durata pochi giorni. «A News International siamo sempre stati orgogliosi di aver scritto grandi notizie. Oggi siamo noi a fare notizia, per le ragioni sbagliate. La reputazione della società e la libertà di informazione sono a rischio», ha dichiarato Brooks. Per questo si è dimessa: al suo posto, peraltro, è andato Tom Mockridge, a capo di Sky Italia. Nelle stesse ore, la stampa britannica riportava la lettera di scuse di Rupert Murdoch: «Il lavoro di News of the World era di chiedere conto dei fatti altrui, ma ha fallito quando non è riuscito a rendere conto dei propri». «Mortificato», Murdoch alla fine ha incontrato la famiglia Dowler, scusandosi anche davanti a loro e promettendo di fare in modo che fatti del genere non accadano più. Di lì a poco si sarebbe dimesso anche Sir Paul Stephenson, capo della Metropolitan Police, su cui pesavano i legami con Neil Wallis, ex dirigente di News International, cui affidò un incarico di consulente. Alla fine le manette sarebbero scattate anche per Rebekah Brooks (P.S. I magistrati l’avrebbero comunque assolta perché, da direttrice ma anche da presidente della News Corporation, non avrebbe incoraggiato i giornalisti ad agire illegalmente; colpevole sarebbe invece risultato Andy Coulson, direttore di News of the World dal 2003 al 2007, con riferimento alle intercettazioni illegali).

La vicenda denominata “hackgate” (da hacker) è stata per qualche verso associata al ben più famoso Watergate, lo scandalo denunciato nel 1972 sul “Washington Post” da Carl Bernstein e Bob Woodward, diventato pietra miliare del giornalismo investigativo, che portò alle dimissioni del presidente Usa Richard Nixon. Lo stesso Bernsten, evidenziando delle affinità con i fatti che contribuì a rivelare, chiama in causa le responsabilità non solo dei giornalisti, ma dello stesso editore, che in tanti auspicavano potesse fare un passo indietro ma che ha respinto le accuse sempre, anche davanti alla Camera dei Comuni dove è andato a rendere audizione. «Lo scandalo delle intercettazioni che sta scuotendo l’impero di Murdoch può risultare una sorpresa solo per coloro che hanno deliberatamente chiuso gli occhi sull’influenza perniciosa di tale impero sul giornalismo anglosassone. Troppi hanno strizzato l’occhio divertiti davanti alle oscenità, senza preoccuparsi della generale corruzione del giornalismo e della politica promulgata dalla cultura murdochiana sulle due sponde dell’Atlantico. I fatti che hanno portato allo scandalo sono sconvolgenti»[3].

Secondo il giornalista, «Murdoch e il suo impero mediatico globale devono rispondere di parecchie cose. Hanno fatto qualcosa di più che incoraggiare la metastasi del giornalismo scandalistico senza scrupoli su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma altrettanto inquietante, forse, è il fatto che le autorità britanniche potrebbero rispondere allo sdegno dell’opinione pubblica imponendo quel genere di regole che servono solo ad affossare una vera libertà di stampa»[4]. È stato necessario toccare il fondo per accorgersi di dovere risalire almeno un po’ nella scala del rispetto della dignità della persona. Per Bernstein, quello di “News of the World” resta uno spartiacque internazionale: «Il giornalismo scandalistico – e la nostra cultura scandalistica – forse non saranno mai più gli stessi».

[1] P. DE CAROLIS, News of the World, un secolo e mezzo di scoop, “Corriere della Sera”, 8 luglio 2011.

[2] A. MALAGUTI, Nel tritacarne del “News” star e cittadini comuni, “La Stampa”, 8 luglio 2011.

[3] C. BERNSTEIN, Watergate II, “la Repubblica”, 17 luglio 2011.

[4] Ibid.

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