Mimmo Càndito, il giornalismo e lo statuto della verità

da "La Sicilia", 18 dicembre 2016

 

«Il giornalismo di oggi è come i dinosauri della preistoria, che stavano morendo ma non lo sapevano: anch’esso sta morendo e forse ne è ancora meno consapevole». Mimmo Càndito, inviato speciale del quotidiano La Stampa, per il quale è stato reporter dai più svariati fronti di guerra in Medio Oriente, Asia, Africa, America del Sud, tratteggia un quadro allarmante del presente e del futuro dell’informazione.

«Il giornalismo sta perdendo il suo rapporto diretto con la realtà: i fatti sono messi da parte e ciò che conta è l’annuncio, anche senza il rapporto con il reale. Donald Trump – osserva Càndito – è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America anche per avere raccontato bufale, che sono poi diventate realtà perché diffuse dai social media. Senza alcun fact checking, i mezzi tradizionali le hanno rilanciate promuovendole a rappresentazione della realtà. Così le bufale sono diventate la verità». Per uno che, per poter testimoniare la realtà, ha rischiato la vita fra i bombardamenti nel Kosovo, nelle operazioni in Afghanistan o nelle guerre del Golfo, e si è ammalato di cancro causato da uranio impoverito, è uno scenario sconvolgente. Càndito ne parla nel corso della XII edizione del premio di giornalismo intitolato a Maria Grazia Cutuli: è stato uno degli ultimi colleghi a vederla viva in Afghanistan, nel novembre 2001, prima di partire per Kabul. Racconta che lui aveva corso il rischio maggiore mettendosi in marcia subito dopo la liberazione della strada, Maria Grazia e altri colleghi avevano invece aspettato qualche giorno che le condizioni fossero più sicure. Eppure…

Rispetto a quegli scenari, di appena 15 anni fa, oggi è come se si trattasse di un altro lavoro.

«Un tempo è finito. Forse però non ce ne siamo resi completamente conto. Ma basta guardare quello che è accaduto in Siria negli ultimi tempi: ad Aleppo, tutti i media internazionali hanno grossissime difficoltà ad avere notizie dirette, ci si serve di informazioni che vengono o da fonti governative di Damasco o da fonti dell’opposizione. Si torna un po’ all’antico, quando non c’era possibilità di una testimonianza diretta di quanto accadeva. Questi canali sono opportunità da utilizzare con molta cautela, ma sono spesso considerati fonti che rappresentano la realtà nella sua totalità e non solo una parte della realtà. Tutto ciò che c’è stato finora e ha costituito il lavoro dell’inviato di guerra, cioè l’atto testimoniale fino al rischio della vita, ormai non è più realizzabile, o quantomeno in questa fase è evidente che sia entrato fortemente in crisi. Innanzitutto, perché è cambiata la guerra: non c’è più la possibilità di avere un ruolo di osservatore ma si è diventati parte del conflitto e con esso se ne assumono i rischi, perché ciascuna parte cerca di utilizzare il giornalista, anche la sua morte, per legittimarsi. Il lavoro che una volta aveva una sua protezione, per il riconoscimento della neutralità del giornalista, oggi non esiste più. Ma non è interessato solo il reporting di guerra. Il giornalismo sempre più rischia di trovarsi distaccato dalla realtà: la realtà è fuori dalla finestra e il giornalismo si sta consumando sul computer, ciò che passa dallo schermo diventa la fonte dell’informazione. Non si verifica più la conoscenza diretta della realtà ma un processo di mediazione la cui possibilità di controllo da parte del giornalista è molto limitata. È una sorta di mutazione genetica che sta mettendo in crisi la vecchia identità del giornalista. Ciò non significa che il giornalismo non abbia ragione di esistere: è affidato ai giovani e alla consapevolezza di dovere recuperare gli elementi essenziali della realtà, cioè il rapporto diretto che è arricchito dai social media, i quali offrono ulteriori elementi di conoscenza. Come ad Aleppo, dove si possono utilizzare i tweet e i blog, da considerare però come strumenti parziali rispetto alla più complessa ricostruzione della conoscenza».

Una volta che sarà morto, il giornalismo si reincarnerà in qualcosa di diverso?

«Non so se si stia reinventando. Quello che è certo è che questo richiamo forte, questa segnalazione di una minaccia deve servire ad assumere consapevolezza. Ulisse è stato tentato dalla dolcezza della maga Circe per un anno, poi ha ripreso la navigazione verso Itaca. Il giornalismo di oggi è tentato enormemente dalle possibilità straordinarie offerte dai social media e dai mezzi di comunicazione elettronica: deve però acquisire consapevolezza dei rischi insiti in questa tentazione. Deve quindi utilizzarli ma distaccandosene: i social media non sono il demonio, è pericoloso il modo sbagliato di utilizzarli; sono una struttura di aiuto enorme, in quanto ulteriore fonte, ma il giornalista ne deve valutare l’attendibilità e l’autenticità. Il passo successivo da compiere, in sostanza, è un passo indietro: distaccarsi da questa fascinazione per recuperare gli elementi essenziali del lavoro che sono quelli dell’analisi della fonte. Dobbiamo avere la capacità di utilizzare i nuovi strumenti, ma prendendone le distanze. Credo sia questo il passaggio obbligato».

La Sicilia: pagina su Mimmo Càndito

In sostanza, siamo in una fase di infatuazione…

«Siamo in quella che i sociologi chiamano amore nascente. Ulisse è ancora sull’isola preso dalla maga Circe. Avremo anche noi la possibilità di distaccarcene? Non sarà facile. Perché oggi prevale la velocizzazione: tendiamo ad avere tutto e subito, disinteressandoci della qualità dell’informazione, che sia vera, verosimile o falso non è importante. Invece, il giornalismo deve avere la capacità di recuperare l’identità del messaggio utilizzando dove possibilità la velocità. Il giornalismo per missione garantisce alla società che ci sia un processo critico, attento, problematico, del progetto di conoscenza. Questo resta il suo fondamento».

Nelle more di recuperare il distacco critico, questa condizione che ha portato all’elezione di Trump cosa potrebbe causare, prima che si arrivi a un maggiore controllo?

«Sicuramente a quella che chiamiamo post-verità. Ovvero alla irrilevanza della verità. Le nostre società hanno sempre tentato di definire un progetto di attendibilità della conoscenza: ciò che è vero e ciò che invece è da accertare. Il giornalismo è accompagnato dallo statuto della verità, è proprio questo che gli ha dato forza. Al giornalismo appartiene il racconto della realtà con la tendenza all’obiettività, nella misura in cui questo sia possibile, data la complessità del reale. Se invece interessa l’atto comunicativo e non il contenuto del messaggio, allora tutto crolla».

Dobbiamo rassegnarci a sapere di non potere conoscere la realtà?

«Tutt’altro: dobbiamo convincerci che il sapere è diverso dal pensare di sapere. L’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa elettronici, per cui schiacciare un pulsante permette di raggiungere elementi di conoscenza come mai prima, non vuol dire potere sostituire la conoscenza frutto del lavoro critico. Semplicemente, si acquisiscono alcuni elementi informativi. Ci si illude di sapere quando si sono solo raccolte informazioni. Una conto è il sapere, altro è pensare di sapere».

Mimmo Càndito ha raccontato di sé reporter di guerra in vari libri, ma nell’ultimo anche come combattente su un campo ben diverso…

«Nel mio libro “55 vasche”, ho usato la fascinazione della figura del corrispondente di guerra, con tutta la retorica che c’è intorno, ma piegandola a episodi concreti, e ho riportato varie storie vissute inserendole sullo sfondo della malattia. Ho voluto far passare un messaggio. Innanzitutto, che bisogna vincere i tabù e il tabù del tumore è ancora molto forte. Il cancro è una malattia, dalla quale spero di uscire anche questa volta: sono di nuovo sotto chemioterapia e so che bisogna avere la consapevolezza di affrontarlo. Rispetto al passato, oggi sappiamo, grazie alla psico oncologia, che il nostro cervello ha la capacità di incidere sullo sviluppo delle nostre forze interne. In questo libro, ho cercato di convincere tutti che abbiamo dentro una energia molto forte. Cito un episodio. Ogni giorno facevo 25 vasche in piscina. Un giorno, durante il trattamento, ero così stanco che mi sono dovuto fermare. Mi sono seduto a bordovasca e ho ripensato alle varie circostanze drammatiche alle quali avevo saputo reagire. Mi sono risposto che dovevo vincere io, non il tumore. Sono ripartito e ho fatto 55 vasche. Alla fine, anche quella volta ho vinto io».

Scarica il file dell’intervista pubblicata sul quotidiano La Sicilia

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