L’uccisione di Bin Laden e la guerra per immagini

Da "Dove sta la notizia" di G. Di Fazio e O. Vecchio

 

Straordinariamente interessante dal punto di vista mediatico già nel suo accadimento, la vicenda dell’uccisione di Osama Bin Laden nel maggio del 2011 ha riservato sorprese anche a distanza di giorni. La più interessante, forse, riguarda il filmato diffuso dal Pentagono in cui il leader di Al Qaida appare, imbacuccato e invecchiato, intento a guardare le sue video-performance.

In precedenza, la Casa Bianca aveva scelto di non mostrare le foto del cadavere di Osama per evitare di accendere gli animi dei fondamentalisti. Una scelta opinabile, ma sicuramente motivata, che richiama per contrapposizione il precedente storicamente più noto della cattura del dittatore iracheno Saddam Hussein, trovato in un “buco” sottoterra nella campagna di Tikrit il 13 dicembre 2003 e sottoposto all’umiliazione del controllo della dentatura da parte di un giovane americano. «Nella Green Zone di Bagdad tutto fu allestito come uno show vendicativo e liberatorio. Paul Bremer, il proconsole Usa con il completo elegante e gli anfibi da deserto, aprì lo spettacolo dicendo “Ladies and gentlemen, we got him!”, e nella platea di giornalisti e funzionari partirono gli applausi. Ma Osama vivo sarebbe stato più scomodo e meno “maneggevole” di Saddam»[1]. Di qui la scelta di non spettacolarizzare e di non esibire il corpo del nemico ucciso, nonostante questa potesse alimentare, come in realtà fece, le teorie del complotto.

Immediatamente dopo l’annuncio della morte, però, del leader di Al Qaida era circolata un’immagine: un fotomontaggio del 2006, lanciato da una tv pachistana come vero e rimbalzato su siti web e media di tutto il mondo per alcune ore, fino allo svelamento del falso. Successivamente, l’attenzione dei media si è invece concentrata su altre immagini. Prima, su quella dello staff del Consiglio per la sicurezza nazionale, immortalato mentre guarda in diretta le fasi del blitz nella casa dello sceicco: tra i volti tesi del presidente Obama e del vice Biden si distingue quello evidentemente più agitato di Hillary Clinton[2].


Poco dopo, gli Americani si preoccupano di diffondere un’immagine “riduttiva” dello sceicco, ripreso mentre, ripiegato su se stesso, telecomando in mano, si riguarda sul televisore. Scopo non dichiarato, ma palesemente sotteso alla decisione di mostrare quel video, è quello di smitizzarne la figura[3]. Tant’è che a distanza di 48 ore la stessa organizzazione integralista si è precipitata a sostenere che quel video è falso: “Bisogna stare attenti, l’America mente”, ha messo in guardia il sito filo-integralista Shoumoukh al-Islam.

Che dell’operazione in Pakistan abbiamo saputo e sapremo poco non è difficile da comprendere. Che l’ambito militare sia quello più di ogni altro istruito e avvezzo a manipolare le informazioni è altrettanto noto. Ciò che stupisce, invece, è la coda di affermazioni e smentite sui contorni della vicenda della fine del leader qaedista. Perché, se i dubbi sulla effettiva morte dello sceicco sono stati dissolti dalle dichiarazioni della figlia, quelli sulle fotografie del cadavere restano. Ma non rispetto alla loro esistenza, bensì, a questo punto, alla genuinità del dibattito sull’opportunità o meno di mostrarle al mondo: davvero Barack Obama si è posto il problema? Davvero è stata una scelta sofferta quella di tenerle segrete? O piuttosto non era già pianificata dallo staff della Casa Bianca?

Oltretutto, tornando alla notte del blitz, emerge con chiarezza la capacità strategica degli uomini-media del presidente Usa. A cominciare dalle modalità dell’annuncio del discorso in diretta tv: quando a Washington erano le 22.30, l’ufficio stampa ha avvertito le redazioni che di lì a un’ora Obama avrebbe parlato agli Americani su un tema di interesse nazionale. Nessun’altra informazione. Soltanto, qualche minuto dopo, una sorta di “sfida”, con un’altra email confidenziale e l’invito a mettersi al lavoro. E infatti i giornalisti si sono immediatamente attivati per ottenere prima di altri notizie sull’annunciato intervento televisivo. A distanza di 10-15 minuti l’una dall’altra, così, le emittenti tv e i siti Internet hanno aggiunto frammenti di verità: la Cnn annunciando che Obama avrebbe comunicato l’uccisione di Bin Laden, il New York Times aggiungendo che si era trattato di un raid americano, la Cbs precisando che l’operazione era stata condotta in Pakistan. Scatenando la concorrenza fra i media, gli strateghi americani hanno ottenuto di creare un clima di attesa per il discorso di Obama nei 60 minuti che l’hanno preceduto, al contempo distillando le informazioni ma nulla togliendo all’evento-notizia in tv. Quanto è bastato perché gli americani cominciassero a festeggiare e a inneggiare al presidente sotto la Casa Bianca proprio quando lui stava per prendere la parola. Un’operazione mediatica ben riuscita, che ha reso il successo della Cia e del “commander in chief” ancora più fruttuoso in termini di consenso.

Avrebbe potuto guastare il meccanismo perfetto un anonimo consulente informatico di 33 anni, Sohaib Athar, ritiratosi ad Abbottabad in cerca di tranquillità e diventato “a sua insaputa” il primo cronista dell’assalto al rifugio di Bin Laden. Il giovane aveva scritto in diretta sul suo account di Twitter di un elicottero sopra la città (“all’una del mattino, è raro”), poi dell’esplosione di una finestra, infine della circostanza che uno degli elicotteri non era pachistano. Finché riflette (“poiché i talebani probabilmente non hanno elicotteri e dato che mi dicono che non si tratta dei nostri, la situazione deve essere proprio storta”) e, una volta appreso del discorso di Obama, realizza: “Ora sono quello che ha parlato in un blog in diretta del raid contro Osama Bin Laden!”.

Certo, sarebbe stato proprio il colmo se la strategia dell’uomo che è stato eletto anche grazie a Facebook, e che nel quartier generale del social network aveva di fatto aperto la sua seconda campagna elettorale per le Presidenziali, fosse stata inficiata dalla stessa democrazia della rete. Ma questo non è successo: la forza invasiva della tv ha prevalso sugli spazi aperti di Internet. E lo scontro Usa-Al Qaida è intanto diventato una guerra di immagine, le cui battaglie si combattono quotidianamente sul terreno dell’informazione e della propaganda.

[1] M. FARINA, Le foto e il cadavere. Le domande aperte, “Corriere della Sera”, 3 maggio 2011.

[2] In Italia, in particolare, è stata “La Stampa” a pubblicare in apertura della prima pagina dell’edizione del 4 maggio, in grande dimensione, la fotografia dello staff alla Casa Bianca intento ad osservare quei fotogrammi che il mondo non vedrà mai.

[3] L’intento è stato chiaro da subito e tutti gli analisti, esperti e giornalisti lo hanno dichiarato. Si veda in particolare T. BEN JELLOUN, Un vecchio solo e infreddolito, così il video ha distrutto un mito, “la Repubblica”, 9 maggio 2011.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *