Le fake news tra testo e contesto

Non è solo una questione di contenuti. Ormai, l’invadenza delle fake news è essa stessa motivo di destrutturazione cognitiva, nella misura in cui la loro proliferazione ha generato un effetto di “presunzione di non verità”, o più probabilmente di post-verità, nel senso che si tende a mettere in dubbio anche realtà, affermazioni, considerazioni di palese credibilità.

“Fake news” diventa l’argomento di un politico per rispondere alle argomentazioni dell’avversario. Con la conseguenza che se tutto è fake news, niente lo è. E quindi se niente è quasi-vero, allo stesso modo tutto può essere non vero. O tutto non falso. E ogni volta che assumiamo per vero qualcosa che poi si rivela falso, a poco a poco miniamo dalle basi il nostro intero costrutto.

Mai Michele Serra avrebbe immaginato di dovere chiarire che un personaggio della sua rubrica satirica era frutto esclusivamente della sua immaginazione. Eppure è successo, nell’epoca della comunicazione globalizzata. Perché – appunto – si assume tutto allo stesso modo in cui si può rifiutare. Così succede che finisce in una citazione di un collega “reale” il prof. Samuel Levi-Pumpkin, esperto inventato dal giornalista e descritto come “massimo studioso dei Cristiani Rinati negli Usa”, che attribuisce alcuni aspetti della situazione politica italiana al fenomeno del Burino Rinato, facendo riferimento anche agli Antropofagi Rinati del Borneo, ai Pirati Rinati nei Caraibi e alle Vecchie Megere Rinate nelle campagne inglesi. Racconta divertito Serra:

Capita però che un professore americano vero, che insegna in Arizona, si imbatta in quel mio testo. Poiché si occupa di cultura religiosa, immagino che qualche motore di ricerca lo abbia indirizzato proprio sulla mia pagina dell’Espresso perché si parla, tra le altre cose, di Cristiani Rinati. Fatto sta che il professore, del quale taccio il nome perché mi è molto simpatico, rimane molto colpito dalle parole di Levi-Pumpkin. Le ritiene autorevoli e le diffonde su Twitter. E – avete già capito – capita l’irreparabile: alcune decine di persone, sempre su Twitter, partecipano animatamente al dibattito sulle teorie di Levi- Pumpkin, chi per dubitare dei suoi titoli accademici, chi per denunciare una subdola manovra contro Rocco Casalino, chi per aggiungere che i problemi sono ben altri. C’è anche un lieto fine (dell’ultima ora), favorevole alla tesi che la Rete abbia grandi facoltà di auto-correzione: qualcuno avverte il professore (vero) che Levi-Pumpkin è un esplicito falso, e il professore corregge il suo post definendo “ironica” la mia intervista a Levi-Pumpkin. Sta di fatto che per qualche giorno la teoria del Burino Rinato ha fatto parte, per così dire ufficialmente, dei materiali mediatici a proposito di Rocco Casalino. Un mese e mezzo dopo essere stato inventato come pupazzo satirico, Levi- Pumpkin è risbucato a tradimento come commentatore politico in piena regola. Accademico di Harvard, per giunta…

Certo, questa non è una notizia fake ortodossa, perché rispetto allo “standard” di riferimento manca del requisito dell’intenzionalità: quella di Serra era satira. Ma quei contenuti della rubrica dell’Espresso evidentemente sono finiti sui risultati di ricerca del vero docente americano, interessato al fenomeno religioso: il quale li ha presi per veri, in quanto pubblicati su una testata autorevole, mentre erano falsi. Integralmente. Il problema, infatti, non è il contenuto in sé, ma il sistema: la possibilità di attingere a innumerevoli testi, così lontani da noi da non avere riferimenti per una valutazione. Michele Serra lo spiega con il ricorso alla semiotica:

È cambiato radicalmente, irreversibilmente il contesto. La dose “naturale” di ambiguità del linguaggio è centuplicata dall’incessante trasbordo di parole da un contenitore all’altro, e da un certo punto di vista ogni testo è ormai fuori contesto, riprodotto in forme inevitabilmente travisate mano a mano che viaggia da un sito all’altro, da una chat a un’altra. E non per malafede (anche se i falsari di mestiere, e gli imbecilli attivi, esistono, eccome), ma perché davvero, in questo caso, “il mezzo è il messaggio”.

Concetto analogo a quello che Giovanni Maddalena (Il Foglio del 6 novembre 2018) descrive così:

La cultura mainstream della comunicazione è passata dal gioire per la completa dissoluzione di ogni verità, giudicata sempre violenta e integralista, al patetico fact checking di una corrispondenza esclusivamente letterale tra parole e cose. Dalla padella del nichilismo alla brace del positivismo. E’ un percorso culturale che non riguarda solo il giornalismo ma l’intero mondo culturale e acculturato. Passare dal mettere in dubbio anche le evidenze più ovvie – come l’esistenza di due sessi – a controllare che ogni espressione di un post sia letteralmente corrispondente a un fatto, oltre che essere impossibile, non è un avanzamento. Quando uno dice che un ministro è un “incompetente” è un fatto, un’opinione, un insulto o una calunnia? Alle volte, la verità richiede un tempo di verifica che non si può semplicemente mettere dentro lo schema di un sì/no immediato.

Insomma, l’incidente sul prof. Levi-Pumpkin, che non è fake news, non è attribuibile immediatamente al vero prof. che ne ha citato le dichiarazioni, per il semplice fatto che lo stesso era “fuori contesto”. Ma è questa la medesima debolezza sulla quale invece le fake news proliferano e seminano i loro danni.

CREDITS – Nell’immagine: Fake news by BrutalityRythm https://www.deviantart.com/brutalityrythm/art/Fake-news-748380705

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