La crisi dei quotidiani e l’incognita del digitale

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Il “Rapporto 2017 sull’industria italiana dei quotidiani in Italia” non colpisce soltanto per i numeri, impietosi quanto ormai diffusi anche in altre sedi e momenti, ma piuttosto per le considerazioni, che in qualche caso si configurano come appelli, riguardanti il mondo dell’informazione nell’universo di Internet governato da pochi colossi mondiali. Il documento, realizzato dall’Associazione stampatori di giornali per l’Osservatorio tecnico “Carlo Lombardi”, affianca alle rilevazioni statistiche le valutazioni sui rischi derivanti dalla progressiva crescita dei flussi informativi non controllati né verificati da redazioni giornalistiche. Ed è sotto questo profilo, soprattutto, che il rapporto ci interessa.

Il documento ribadisce la radicale trasformazione del settore editoriale in ogni sua componente, «dalla elaborazione delle notizie alla veicolazione dei contenuti, dall’acquisizione della pubblicità alla vendita dei contenuti ai lettori ed agli abbonati, sino alla questione centrale e decisiva, ovvero il rapporto con gli Over The Top, i giganti dell’economia digitale che condizionano e regolano l’ecosistema sociale ed economico che ruota attorno a Internet».

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Ne è segno il dimezzamento della diffusione complessiva dei quotidiani negli ultimi dieci anni, passata da 5,4 milioni a 2,6 milioni di copie giornaliere al netto della free press, oggi quasi irrilevante. Il biennio 2015-2016 segna -20% di diffusione dei quotidiani e nel 2016 la riduzione è stata superiore al 10% (l’unico elemento incoraggiante è la contrazione molto contenuta dei lettori: gli italiani comprano di meno il quotidiano, ma continuano in qualche modo ad apprezzarne i contenuti e quindi a leggerlo, magari al bar). Il fatturato pubblicitario di quotidiani e periodici ha fatto anche peggio e in un decennio si è ridotto di oltre il 60%. L’Italia è in buona compagnia, se è vero che anche negli USA la diffusione nel 2016 si è ridotta dell’8% a 35 milioni di copie, raggiungendo il valore più basso di sempre, almeno da quando cominciò la rilevazione. Né consola il fatto che in India invece la media giornaliera di quotidiani è schizzata da 39 a 62 milioni di copie vendute.

Ci dice qualcosa l’India? Sembrerebbe di no e gli editori ritengono di non avere risposte utili per arginare la crisi, ovvero non sanno come cavalcare l’onda digitale. Sono ben consapevoli, invece, delle conseguenze delle fake news e della capacità dei social network di influenzare l’opinione pubblica amplificando notizie false o inesatte.

«Ciò è diventato possibile nel momento in cui i tradizionali strumenti di informazione, che del controllo e della verifica delle fonti hanno fatto la loro ragione prima di esistenza, sono stati trascurati e bypassati a favore di canali informativi dove l’“editore” non è interessato alla distinzione tra il vero e il falso, e dove tra una notizia dell’ANSA e la bufala per cui i vaccini causano l’autismo vince chi ha più like, non chi racconta la verità magari dopo un lungo (e costoso) lavoro di ricerca e verifica delle fonti. Il tramonto dei mezzi di informazione come li abbiamo conosciuti sino ad oggi fa parte della fisiologia del progresso della tecnica, così come la scomparsa delle carrozze a cavalli e dei rullini fotografici. Ma se l’opinione pubblica dovesse formarsi non più su media realizzati professionalmente con una attenta verifica delle fonti, ma dentro una marmellata indistinta dove le notizie non emergono per la qualità del loro contenuto ma per il traffico che generano, allora avremmo un grosso problema di tenuta del sistema democratico, di cui i media – e il controllo che essi esercitano sul potere politico – sono una delle componenti essenziali».

Considerazioni, queste, che non si possono non condividere. Così come alcune indicazioni sulla direzione che i quotidiani e le imprese editoriali devono prendere: è necessario andare verso Internet, perché qui vanno i potenziali lettori; non abbandonare la carta dall’oggi al domani, sia per non lasciare la maggiore quota di fatturato e sia per mantenere la parte di lettori fedeli alla copia stampata; ridimensionare tutte le componenti industriali, dalle redazioni al network produttivo. Così da potere riconquistare la fiducia dei lettori, grazie all’affidabilità dei contenuti:

 

In conclusione, va ribadito con forza che la preoccupazione per la tenuta complessiva del sistema di finanziamento dei quotidiani – di cui la pubblicità costituisce una delle due gambe – non riguarda soltanto la sorte di un settore economico: è in gioco l’interesse pubblico ad una informazione corretta, verificata e professionale che gli Over the top non sanno e probabilmente non vogliono nemmeno garantire, come dimostra il diffondersi del fenomeno delle fake news e l’utilizzo sempre più frequente dei social network per creare vere e proprie “operazioni di disinformazione” finalizzate ad obiettivi commerciali o politici. Dai numeri emerge infatti il rischio che il futuro dell’informazione, che sarà inevitabilmente un futuro digitale, passi per i canali di società che ammettono apertamente di non essere editori, di non avere interesse ad operare selezioni tra notizie vere o false, che utilizzano senza alcun distinguo e gerarchia di valore – che non sia quella della massima redditività – bufale clamorose e notizie prodotte da redazioni prestigiose con costi rilevanti e standard giornalistici accurati. È un rischio che riguarda non soltanto la salute di un settore economico, ma anche la tenuta del sistema democratico nel suo complesso: sono sempre più numerosi gli esempi di “operazioni di disinformazione”, condotte con strumenti tipici dell’intelligence militare, finalizzate a diffondere false informazioni e, così facendo, influenzare l’opinione pubblica, grazie appunto al fatto che i social network garantiscono maggiore visibilità alle notizie che vengono maggiormente rilanciate/retweettate/condivise, operazioni queste che possono essere facilmente ingegnerizzate utilizzando account falsi e applicazioni software che le ripetono massivamente (i cosiddetti web robot, più comunemente detti bot). Dall’economia dell’attenzione all’economia della fiducia: è questo l’obiettivo principale che devono darsi le organizzazioni giornalistiche per ristabilire la propria autorevolezza e, con essa, la propria appetibilità come media pubblicitario.

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