Il valore del giornalismo nell’era della post-verità

Nicolò Carosio (Wikipedia)

Nel corso dei Mondiali di calcio del 1970, il grande telecronista Nicolò Carosio (nella foto Wikipedia), palermitano di nascita, fu accusato di avere apostrofato come “negraccio” il guardalinee che segnalò all’arbitro di annullare una rete dell’Italia contro Israele, quando, al 29’ del secondo tempo, il punteggio era ancora sullo 0-0 (come rimase fino al fischio finale). Le successive verifiche accertarono che il fuorigioco di Gigi Riva era inesistente e che il giornalista non aveva affatto pronunciato quell’epiteto, ma si era limitato alla colorita e innocente espressione: “Ma che fa l’etiope?”, riferendosi alla nazionalità dell’assistente dell’arbitro.

da "La Voce dell'Jonio", 23 settembre 2018

 

Tuttavia, non fu sufficiente alcuna voce a difesa di Carosio: la gaffe fantasma gli costò il posto di commentatore delle partite degli azzurri, affidato da quel momento all’altro indimenticabile collega Nando Martellini. Della vicenda hanno scritto negli ultimi anni alcuni giornalisti sportivi, sottolineando l’equivoco originato da talune proteste, probabilmente riferite ad altri episodi, alimentate dal passaparola e arrivate alla Rai piuttosto gonfiate e alterate.

Mantenendo il filo con la Sicilia e con i pregiudizi di tipo razzista, veri o presunti, un salto di quasi mezzo secolo ci porta al caso dei migranti a bordo del pattugliatore italiano “Ubaldo Diciotti”. Dopo la soluzione tribolata e contestata dell’impasse, migliaia di utenti sui social network hanno condiviso la notizia dei naufraghi che, nel viaggio verso il porto di Catania, ballavano a ritmo di “waka waka”. Circostanza smentita dal responsabile delle relazioni esterne della Guardia Costiera, capitano Cosimo Nicastro, che ha spiegato come il video si riferisse a una missione dell’anno precedente. Dopo che le sue dichiarazioni sono arrivate alla stampa nazionale, l’utente Purgatorius ha rimosso il post con le immagini che aveva lanciato per primo. Ma intanto quei contenuti, diffusi allo scopo di negare le tribolazioni sofferte dai migranti e dimostrarne invece la buona salute, avevano fatto il giro dei social, contribuendo a esacerbare gli animi già accesi dagli aspri toni intorno alla vicenda.

L’accostamento dei due casi potrebbe dimostrare che le fake news sono sempre esistite e che l’allarme sulle degenerazioni causate dai social network è fuori luogo. Ma una tale assimilazione, con conseguente normalizzazione, non sembra sostenibile. In mezzo ai due casi, nell’evoluzione della comunicazione, c’è l’affermazione prima della televisione commerciale, poi di Internet e canali annessi; senza tralasciare la capacità del grande schermo di influenzare ancora oggi la formazione dell’agenda comune, è soprattutto la seconda ad aver rivoluzionato gli assetti dell’informazione, spostando parte della capacità di formazione dell’opinione pubblica dalla produzione giornalistica allo spazio delle reti sociali. Dove una presunta notizia di interesse nazionale può essere creata e condivisa allo stesso modo della personale opinione sul cornetto del bar sotto casa. In questi interstizi si insinua chi, lungi dal voler fare informazione, punta soltanto a generare atteggiamenti pubblici attraverso la manipolazione della realtà. Questa è la principale distanza tra i due casi portati ad esempio: il povero Carosio fu estromesso dalle telecronache per un equivoco, gli sfortunati migranti sono stati invece strumentalizzati ad arte da un anonimo utente di Facebook (una persona reale? una società commerciale? un complesso sistema?) con il deliberato obiettivo di alimentare sentimenti anti-immigrati. Il solco è profondo: quello del 1970 fu un incidente, oggi non si contano i profili dediti esclusivamente alla diffusione di odio e discredito.

Quella della Rai ancora in bianco e nero potrebbe essere chiamata “bufala”, questa del mondo digitale è da considerare “fake news” nella misura in cui l’inglese non è traducibile con “notizia falsa”, in quanto si riferisce propriamente a una notizia non per forza completamente ma anche solo in parte non rispondente al vero, in apparenza plausibile, generata proprio con lo scopo di orientare l’opinione pubblica su determinati temi. Di qui la sua natura insidiosa, molto più di altre informazioni “semplicemente” non vere. Ad accomunare i due casi è l’esito: l’effetto di una informazione errata è difficilmente equilibrato dalla sua correzione. Ecco perché la pervasività del “fake” è oggi estremamente pericolosa. Ne è dimostrazione il ruolo crescente nell’informazione che hanno assunto le figure dei “debunker”, quelli che svelano le bufale e le fake news. Già, perché alla verità si è ormai sostituita la post-verità.

Arrestare questo cortocircuito appare oggi estremamente complesso e richiede un profondo cambiamento. Non basterà soltanto qualche giro di vite di Facebook e di altri colossi digitali, pur utile e necessario per arginare le “macchine del fango”, e servirà solo in parte inasprire sotto il profilo legislativo le sanzioni per chi diffonde odio e falsità. Saranno molto più importanti i cambiamenti culturali. Innanzitutto, la consapevolezza degli utenti dei social network sulle insidie della rete, nonché la loro capacità di discernere le notizie attendibili da altre, del tutto o parzialmente false: servono naturalmente strumenti culturali e intellettuali che le varie “agenzie” dovrebbero essere in grado di fornire; e non si tratta solamente di scolarizzazione. Esistono accorgimenti tecnici (dall’identità dell’origine della notizia fino alle immagini utilizzate) per individuare presunti manipolatori, ma il principio fondamentale dovrebbe essere la natura della fonte: si tratta di distinguere la testata o il giornalista da altre realtà. Non che i giornalisti siano i depositari della verità, ché anzi essi stessi sono (stati) a volte operatori a vario titolo di disinformazione; e però l’appartenenza all’albo e la cogenza dei principi deontologici, oltre all’applicazione della legge, è motivo di maggiore garanzia: la pubblicazione di un falso come quello sul “waka waka” non sarebbe rimediabile con la sola rimozione dell’articolo dal sito, come ha impunemente fatto l’utente che l’aveva creato, ma richiederebbe teoricamente la pubblicazione della smentita e magari delle scuse, oltre che la spiegazione del mancato controllo sull’affidabilità della fonte e l’attendibilità della notizia.

Considerazioni in parte analoghe possono farsi in merito alla proliferazione di comunicati, note e messaggi da parte di fonti che giornalisti(che) non sono, puntualmente riprese dal flusso main stream al pari di quelli “ufficiali”, sebbene veicolino informazioni quasi-vere o semi-false. Ora, la firma di un giornalista su un comunicato stampa attribuisce ad esso una patente almeno formale di affidabilità, ma sempre più realtà che li producono non si avvalgono di giornalisti con la specifica professionalità e deontologia. Chiaro: anche l’iscritto all’albo può violare principi e regole della professione, ma se lo fa può essere perseguito pure sotto il profilo deontologico.

Insomma, oggi che la categoria ha perso, a vari livelli, la prerogativa della produzione dell’informazione, non le resta che dimostrare, con l’affidabilità di chi scrive e l’attendibilità di quanto viene scritto, che l’esercizio della professione è un valore. E che l’attività di una testata giornalistica, quale ciascuna della rete della FISC, sempre fedele ai doveri della corretta informazione e capace di raccontare il territorio, è una risorsa da custodire e valorizzare.

Vedi l'articolo nella pagina pdf originale

    Scarica il fle
        

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *