Il giornale avrà un futuro se sarà utile

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Parola chiave: utilità. Secondo Beppe Severgini, che si interroga sul futuro dell’editoria, i giornali avranno un futuro se sapranno rendersi utili. Il direttore di 7, magazine del Corriere della Sera, manda il suo pezzo in copertina e racconta quello che ha visto negli Stati Uniti e che potrebbe avvenire anche in Italia. Seguiamo il ragionamento che lo porta alla conclusione da noi anticipata.Severgnini (l’articolo è consultabile anche online) osserva come in giro per gli States nessuno porti più con sé un giornale di carta. Semmai, la gente legge i display del telefonino o del tablet. Mezzi dai quali passa anche un po’ di “sana” informazione: il New York Times nel primo trimestre del 2017 ha visto crescere il numero di abbonamenti digitali come mai prima, oltre 300mila in più; anche The Washington Post dell’era Bezos nel corso dell’anno ha raddoppiato gli abbonamenti digitali, ormai sopra quota un milione. Viceversa, la pubblicità in dieci anni si è più che dimezzata. Sotto quest’ultimo profilo, l’Italia presenta le dinamiche statunitensi. Ma le analogie si fermano qui: perché il mercato potenziale (dato innanzitutto dalla lingua) è molto più ristretto e la diffusione delle copie digitali molto meno marcata.

In poche righe, il direttore sintetizza la storia dell’informazione fino ai nostri giorni: dalla concorrenza di radio e tv fino alla lotta impari con Facebook e Google.

Nel 1917 i giornali non avevano rivali. Le notizie di quell’anno – una guerra che finiva, una rivoluzione che iniziava, la terribile influenza spagnola – passavano per la carta stampata. Nel 1937 c’era la concorrenza della radio. Ma non cambiava molto: i quotidiani, in Italia, rimanevano fondamentali. Non a caso, il regime fascista li teneva sotto controllo. Nel 1957 c’era la televisione pubblica, e l’impatto è stato notevole: Indro Montanelli (Corriere della Sera) era influente, ma Mike Bongiorno (Lascia o Raddoppia?) era più celebre. Nel 1987 c’era la televisione privata, con i suoi programmi e i suoi telegiornali, e qualcosa nel mondo dei quotidiani ha cominciato a scricchiolare. Allearsi con la TV o ignorarla? Nel 1997 c’erano i cellulari e i primi collegamenti internet (doppino telefonico, modem sfrigolante). Nuovi strumenti rosicchiavano il nostro tempo. Nel 2007 c’erano i social e il 3G (banda larga mobile). Iniziava l’Età della Condivisione e dell’Esagerazione. Nel 2017 l’abbiamo capito: nella battaglia quotidiana per l’attenzione, i giornali combattono con il fioretto, Facebook e Google usano i carri armati. Questa brevissima storia dell’informazione – cent’anni passano in fretta – fornisce un’attenuante: era inevitabile che i quotidiani incontrassero difficoltà. L’idea iniziale di offrirsi gratuitamente online, puntando su un modello radiotelevisivo, non ha funzionato. Anche perché i ricavi pubblicitari della rete non sono paragonabili a quelli della Tv; e sono molto inferiori a quelli delle pubblicazioni a stampa. Non solo: la pubblicità online è monopolizzata da Facebook e Google, che assorbono circa due terzi del mercato. Le aspettative, da qualche tempo, sono riposte nei video. Ma non è facile ottenere grandi numeri senza rinunciare alla qualità giornalistica del prodotto. Il rischio, per le testate tradizionali, è di perdere la reputazione.

Ad esempio, promettendo agli inserzionisti ciò che l’informazione non può garantire: copertura giornalistica positiva in cambio di investimenti. Non è questa la strada, né la conversione totale ai video virali che in qualche caso ha già fallito. Il sentiero, insomma, è stretto: qualità, affidabilità, interesse, canali tematici online, eventi e convegni, in modo da continuare ad animare il dibattito nazionale. Così si arriva alla parola chiave, inizio e fine di questo ragionamento.

Perché qualcuno, nel 2027, dovrebbe leggere un quotidiano? Quale sarà la motivazione all’acquisto? La risposta è semplice: l’utilità. I quotidiani resisteranno se troveranno il modo di rendersi utili. Se la gente attribuirà loro un valore. Utile è un aggettivo vasto, e ne comprende altri. Si può diventare utili coinvolgendo, spiegando, anticipando, avvertendo, rassicurando, sintetizzando, illustrando, consolando, sorprendendo; anche divertendo, emozionando e insegnando (il New York Times riceve donazioni per pagare gli abbonamenti digitali per gli studenti delle scuole superiori). Se ne saremo capaci, i quotidiani vivranno a lungo e chissà: forse li aspetta una nuova, brillante stagione. Se non ne saremo capaci, diventeranno comparse; e se ne andranno, uno dopo l’altro. Non sarà l’apocalisse dell’informazione: sarà la fine di un modo di organizzarla e distribuirla. Ma non accadrà. Ancora una volta, ce la faremo.

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