Editoria tra luci, ombre e… proposte di riforma

La fine del 2019 e l’inizio del 2020 non hanno riservato al settore dell’informazione notizie migliori del periodo precedente. Prevalgono le ombre, le luci sono… al lumicino.

Prendiamo l’analisi dell’Agcom, ormai punto di riferimento nell’analisi dei trend dell’editoria, che ha analizzato i bilanci dal 2014 al 2018 delle principali imprese. Nel quinquennio in esame, “il settore dell’editoria quotidiana e periodica – scrive l’Autorità – ha visto ridursi i ricavi complessivi di oltre 670 milioni di euro, con una contrazione del 14,1%. La quota parte di ricavi domestici, cioè quelli ottenuti in Italia, pari a poco più di 3,5 miliardi di euro nel 2018, si è ridotta nel periodo osservato del 7,9%, pari ad una riduzione di 300 milioni di euro”. Unica nota non negativa, la crescita complessiva del comparto nel 2018 pari al 4,6% rispetto all’anno precedente e il ritorno dei bilanci 2018 in parità dopo quattro esercizi in negativo. Frutto sicuramente anche delle operazioni “alleggerimento” del personale: nei cinque anni esaminati, gli organici si sono ridotti del 7,8% pari a circa 1.100 unità e solo nel 2018 la flessione è stata del 2,3%, con una perdita di circa 300 addetti.

Dall’altro, il sottosegretario all’Editoria Andrea Martella, in un intervento sul Sole 24 Ore (in parte ripreso da Primaonline), ha annunciato “un organico intervento legislativo di riforma di tutti gli strumenti, diretti e indiretti, di pubblico sostegno all’editoria, che abbiamo chiamato ‘Editoria 5.0”. Al di là delle misure nella manovra finanziaria 2020 (20 milioni per promuovere la lettura di quotidiani nelle scuole, l’estensione all’acquisto di quotidiani del bonus cultura per i diciottenni, prepensionamenti con una soglia minima di turnover), quello che più rileva è l’avvio di un lavoro di riforma organica del settore, che metta insieme tutti gli attori: dai giornalisti agli stampatori, dagli editori agli edicolanti. Scrive Martella:

Una riforma è ormai indispensabile. L’intervento pubblico a sostegno dell’editoria e del sistema dell’informazione è non solo giustificato, ma addirittura “imposto” al legislatore per il rispetto del pluralismo, come la Corte Costituzionale ha recentemente ribadito. Ne va della qualità della nostra democrazia.

La riforma cui si riferisce il sottosegretario è essenzialmente economica. Nel frattempo, dai giornalisti emergono proposte di diverso genere: potremmo dire “culturale”. È il caso di Raffaele Fiengo (ex Corriere della Sera, già direttore della Scuola di giornalismo di Urbino) che su Professione Reporter ha rilanciato la sua idea di includere nella categoria, a partire dall’Inpgi, coloro che si impegnano a informare responsabilmente, che lui chiama i “giornalisti per adesione”. I quattro punti da seguire sarebbero, in sintesi: tutela dei minori, impegno a pubblicare notizie verificate almeno con una fonte, rinuncia a ricompensa o vantaggio dai soggetti citati nelle news, niente denigrazione o toni che incitino a odio e violenza.

La categoria strutturata deve saper vedere il giornalismo dove c’è nelle forme precarie e riconoscersi reciprocamente. Se non riusciamo a farlo, sarà un tradimento. Abbiamo paura di perdere consenso, perché la corporazione (e sbaglia), non vuole un allargamento? Lo capisco. Ma non dobbiamo farci prendere da piccole viltà che non ci appartengono. L’allargamento non può portare che bene a tutti, perché noi siamo -insieme- una cosa sola, il giornalismo.

Una cosa è certa: qualcosa deve cambiare, o forse molto c’è da cambiare. Ritengo che troppo spesso rappresentanti della categoria conducano battaglie di retroguardia su prerogative o condizioni che non reggono più. Tra quanti concorrono a vario titolo a formare il mare magnum dell’informazione, i giornalisti restano la maggior parte ma non l’unica e di loro solo una sparuta minoranza aderisce al sindacato o ad altre realtà associative. Molti non hanno neppure il contratto giornalistico. Allargare il campo sembra indispensabile; e tuttavia la proposta sembra nata soltanto per salvare le casse dell’Inpgi. Ma l’apertura non deve essere limitata solo a ragioni contributive. È un fatto ontologico. Trovare la soluzione per includere tra i giornalisti professionalità che formalmente non ne fanno parte può essere la chiave non soltanto per rendere sostenibile l’equilibrio lavoratori/pensionati, ma anche per ricondurre a responsabilità etico-deontologico tutta una serie di figure che con il loro lavoro fanno opinione pubblica. Come i giornalisti, o forse di più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *