Crollo delle vaccinazioni, la responsabilità dei media

da La Sicilia - Mondo Medico, 15 novembre 2015

 

«Vacciniamo anche i media», titolava l’altra settimana Il Sole 24 Ore Sanità, che di fronte al preoccupante dato del crollo delle vaccinazioni nei bambini suggeriva maggiore responsabilità agli operatori dell’informazione, non solo a quelli della sanità, per contenere certi atteggiamenti di diffidenza da parte degli adulti.

Al di là della provocazione, il dibattito sull’efficacia delle vaccinazioni e sui loro presunti effetti nefasti, in realtà, non è nuovo e anzi si ripete ogni anno. Nel tempo, però, l’accento si è via via spostato dal “core” del problema alla sua trattazione, nella misura in cui è aumentato il ricorso ai social media: sono questi, infatti, che alimentano voci spesso incontrollate, quasi sempre infondate.

Con conseguenze evidenti dai numeri: le vaccinazioni dei bambini in Italia sono in costante calo, oggi sono circa 5mila quelli che ogni anno non vengono vaccinati contro malattie come poliomielite, difterite e tetano. Addirittura, in 10mila – riporta il Sole Sanità – non ricevono nei tempi dovuti il vaccino per il morbillo e la rosolia. Stando ai dati dell’Istituto superiore di sanità, negli ultimi due anni le vaccinazioni sono scese del due per cento e la “quota copertura” si è attestata ai livelli più bassi degli ultimi dieci. Nel 2013, le coperture nazionali contro poliomielite, tetano, difterite, epatite B e pertosse hanno superato di poco il valore minimo previsto, pari al 95%.

Tanto che più volte il ministro della Salute Beatrice Lorenzin si è spesa a sostegno delle vaccinazioni. Più di recente, si è arrivati a ipotizzare il divieto di ingresso a scuola a chi non è vaccinato, che pure, ad esempio, è stato introdotto di recente in due degli Stati Uniti: California e Missisipi. In generale, negli USA si è assistito a un giro di vite sull’obbligatorietà dei vaccini. In tal senso ha pesato la vicenda di Rhett Krawitt, un bambino di 7 anni guarito dalla leucemia, impossibilitato ad andare a scuola a causa della presenza di compagni non vaccinati che lo espone al rischio di contrarre malattie per lui mortali quali il morbillo o la varicella.

In Italia è mancata una storia simile: non ha avuto analoga eco la morte di una bambina di un mese per pertosse all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, anche se in quel caso non sono chiari i legami con la vaccinazione. Né bastano i numeri diffusi dall’Organizzazione mondiale della Sanità, secondo la quale nell’attuale decennio i vaccini salvano 2.5 milioni di vite all’anno, ovvero 5 vite al minuto, e un quarto dei 10 milioni di bambini che muoiono ogni anno si salverebbe se avesse accesso ai vaccini più elementari.

Esperti di Asset, progetto europeo che punta a coinvolgere l’intera società civile nella preparazione alle epidemie e pandemie, ha analizzato la campagna #iovaccino su Twitter e Facebook, lanciata in Italia da Miriam Maurantonio, che ha chiesto ai genitori di inviare un selfie con l’hastag #iovaccino: a parte un picco di un paio di giorni, la visibilità della campagna è rimasta piuttosto bassa. Sui social spopolano, al contrario, svariati argomenti, come la connessione tra vaccino e autismo nei bambini: «Più che in una singola sfera, oggi l’opinione che viaggia su Facebook e simili è frammentata in un arcipelago di “bolle”, ciascuna così omogena al suo interno da espellere ogni argomento difforme senza neanche discuterlo», ha scritto a proposito Roberto Satolli sul Fatto Quotidiano.

Ma perché certi atteggiamenti prendono piede e altri rimangono sotto traccia? Gli esponenti di Asset sostengono che la disputa sui vaccini non è solo una questione di informazioni che possa essere risolta fornendo evidenze scientifiche da contrapporre a pretese infondate. Anzi, nel dibattito in corso il pubblico è già sopraffatto da informazioni: da un lato quanti difendono i vaccini come uno dei più grandi progressi nella storia dell’umanità, dall’altro quelli che li considerano una pericolosa minaccia per la salute dei bambini dovuta agli interessi economici di Big Pharma. La differenza sta nelle modalità di comunicazione: gli uni forniscono dati, grafici e testimonianze documentate da numerosi studi; gli altri sono sostenuti da singoli individui con grandi doti comunicative che si appellano alle emozioni e alle paure.

Due studi corroborano tale tesi. Lo scienziato cognitivo Brendan Nyhan ha dimostrato l’inadeguatezza della comunicazione pubblica sui vaccini se questa è orientata a correggere le percezioni distorte; piuttosto, le persone delle quali i genitori hanno più fiducia e dalle quali accolgono le informazioni sono quelle familiarmente o socialmente più vicine o i medici che hanno in cura i malati, in questo caso i bambini. Secondo un altro studio, in questo ambito è impossibile correggere la disinformazione smentendo false credenze: la comunicazione è viceversa efficace «se alle persone si mostrano immagini di bambini con morbillo, rosolia o pertosse, cioè se si mette l’enfasi sui rischio associati alla malattia il risultato è stato un cambiamento significativo dell’atteggiamento», scrivono Gilberto Corbellini e Alberto Mantovani sul Sole 24 Ore (“I vaccini sono utili e bisogna dirlo chiaro”). Secondo i quali «a un auspicabile e ineludibile ritorno alla implementazione della obbligatorietà delle vaccinazioni va affiancato un impegno di comunicazione e di condivisione culturale».

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