Cosa manca nei corsi di formazione per giornalisti

Con la solita sferzante ironia, Il Fatto Quotidiano ha dedicato ampio spazio ai più bizzarri corsi per giornalisti inseriti nell’offerta della formazione continua obbligatoria. Ma l’articolo (pubblicato il 22 novembre 2017 a firma di Elisabetta Ambrosi) rilancia una questione che qualcuno si pone già da qualche tempo.L’elenco esemplificativo delle bizzarrie della formazione per giornalisti riportato dal giornale diretto da Marco Travaglio spazia dal corso sugli pneumatici per la sicurezza su strada a quello sul calcio visto dalla panchina, dalla giornata dedicata alla fauna in Trentino (orso, lupo e lince) a quella di approfondimento di botanica e protezione animali. Ora, la rassegna di titoli spiazzanti potrebbe continuare a lungo e integrare, ad esempio, un corso sulla parità di genere nello sport o uno sulle profughe trentine durante il primo conflitto mondiale.

A parere di chi scrive, però, il punto non è l’argomento individuato, bensì la modalità di svolgimento dell’evento formativo. Tutti i temi sono interessanti e degni di essere approfonditi, in quanto parte di quella realtà che il giornalista osserva, approfondisce, media e riporta. Il fatto è che non tutti i temi sono posti nei termini tali da favorire la crescita professionale. Per meglio dire: il problema principale di alcuni corsi è la mancanza di connessione dei contenuti scelti con la preparazione dei giornalisti. Non se ne evince, insomma, il contributo all’aggiornamento professionale. L’evento formativo non può risolversi nell’illustrazione di un argomento, ma deve comprendere il legame tra questo e l’informazione: come è stato trattato, come dovrebbe essere trattato, come imparare a trattarlo meglio.

Invece, molti dei corsi che suscitano ilarità in realtà appaiono come iniziative di altra natura (conferenze stampa, presentazioni, eventi promozionali), che sono vestite con l’abito della formazione al fine di favorire, attraverso l’attribuzione dei crediti, la partecipazione dei giornalisti. Di conseguenza, l’intento formativo diventa secondario e i corsi proposti non rispondono pienamente alle necessità della categoria.

È questo, infatti, secondo me il primo passaggio da compiere: un’analisi dei bisogni formativi a partire dalla quale avanzare ed eventualmente approvare le proposte. A uno sguardo non approfondito, bisognerebbe potenziare l’offerta formativa in materia di cronaca giudiziaria ma anche nell’uso dell’italiano, nonché i bisogni derivanti dai nuovi scenari della comunicazione: dal contrasto alle fake news, anche per difendersi dal rischio di commettere diffamazione, alla produzione ed elaborazione di fotografie e video. In secondo luogo, per migliorare complessivamente la qualità dei corsi, le proposte dovrebbero essere giudicate e filtrate da un nucleo di valutazione, così come le università fanno con la propria offerta formativa. Così l’Ordine potrà recuperare all’ECM la sua valenza in ordine al sempre più necessario aggiornamento professionale. Che altrimenti, come scrive Il Fatto Quotidiano, resterà prerogativa (costosa) del privato.

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