Bufale, delitto da perseguire o costo da accettare?

Negli ultimi tempi, autorevoli intellettuali, giornalisti, giuristi, politologi sono intervenuti sulla questione dell’informazione sui social. Mi sembra utile segnalare due contributi particolarmente validi, con un focus sui passaggi a mio parere più illuminanti.Sabino Cassese sul Corriere della Sera (“La libertà di parola e i suoi abusi”, del 22 aprile 2017) focalizza gli strumenti disponibili nell’ordinamento utili ad affrontare un’informazione «inadeguata e manipolatrice, alcune volte denigratoria e diffamatoria». Descrive efficacemente il web come «una specie di giornale senza né direttore né redazione, quindi senza autocontrolli». Richiamando la sentenza-decalogo del 1984, Cassese osserva un recente “giro di vite” dei magistrati nel giudizio sui reati di diffamazione a mezzo stampa, che attesta l’esistenza di strumenti normativi validi. Tuttavia, individua alcuni problemi aperti. Scrive il giurista:

«Il primo riguarda l’intensità e la frequenza della tutela giudiziaria. “Fake news”, ingiurie, denigrazioni, campagne diffamatorie, “bufale”, affermazioni ciarlatanesche sono sempre più frequenti, ma i giudici faticano a star loro dietro».

Sarebbe dunque necessaria «maggiore attenzione da parte dei giudici, attivati dall’iniziativa delle persone offese, moltiplicando i casi esemplari, come quelli citati». L’altro problema è rappresentato dalla Rete, un terreno ampio e «poco sorvegliato», dove si può essere offesi anche senza saperlo: «non vi sono filtri interni, quali possono essere i giornalisti in una trasmissione televisiva o in un quotidiano o settimanale». E i tentativi di Google e Facebook di prevedere dei controlli sono risultati vani: è quella dei “filtri” la lacuna da colmare.

Poche settimane prima, era stato Antonello Soro a scrivere al direttore di Repubblica (“Il giusto rimedio contro le fake news”, 8 marzo 2017). Interessante, nell’analisi de presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, è l’individuazione delle cause per le quali le notizie false si diffondono sui social essendo ritenute vere in virtù proprio dell’entità delle condivisioni. Il motivo profondo, secondo il Garante, sta nei «mutamenti antropologici determinati dalla rete»:

«La retorica della disintermediazione ha favorito la polemica contro ogni idea di “verità” fornita dai media tradizionali, percepita come rappresentazione dominante, mistificante perché legittimata dal potere, dunque propaganda. I social assurgerebbero così a luoghi ove costruire una verità finalmente indipendente perché liberata dalla soggezione al potere, ove custodire l’autenticità contro l’ipocrisia del mainstream. Il tutto, aggravato dalla frammentazione dei centri d’informazione, che finisce con il determinare una sorta di autismo informativo: la tendenza cioè a informarsi soltanto da fonti inclini a confermarci nelle nostre pregresse convinzioni, ostacolando ogni possibilità di riscontro su false notizie o credenze».

Diversamente da Cassese, Soro non vede la soluzione nella via giudiziaria: piuttosto, si tratta di «accettare anche il rischio della falsità come controparte del pluralismo» e cercare il «confronto dialettico con l’altro esercitato con senso critico».

A questo scopo, viene in aiuto l’European parliamentary research service (Eprs), che proprio pochi giorni prima questo articolo aveva dato alcuni suggerimenti anti-bufale. Spiegando, prima, che queste «vengono create e diffuse generalmente per carpire l’attenzione dell’utente e generare traffico verso una determinata pagina web con l’obiettivo di “guadagnare”, producendo numerosi contatti e incrementando così la pubblicità presente sul sito in questione; si vuole generare disinformazione per influenzare l’opinione del fruitore attraverso contenuti ingannevoli creati appositamente e artatamente». I consigli dati, in realtà, non sono altro che il ricorso a buon senso e spirito critico; e tuttavia il documento dell’UE è rilevante innanzitutto perché l’autorevolezza della fonte segnala il livello di criticità anche in chi tende a sottovalutarlo, in secondo luogo perché testimonia che le istituzioni più avvedute registrano i rischi del fenomeno per l’intera società.

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