Altro che fake news, chiamiamola disinformazione

La task force creata dalla Commissione Europea per approfondire e combattere il fenomeno delle fake news ha diffuso il suo primo rapporto. Ne ha fornito una iniziale presentazione il giornalista Gianni Riotta, componente del gruppo di esperti, con un’analisi-testimonianza pubblicata sul quotidiano La Stampa. Che qui riprendiamo nelle sue parti più significative.
L’ex direttore di Tg1 e Sole 24 Ore  considera il rapporto un punto di partenza. Il documento, infatti, individua le origini del fenomeno, indicando per sommi capi le possibili risposte.

Non chiamiamole più “fake news”, false notizie, chiamiamole per quel che sono davvero, “disinformazione”, manovre globali per creare in quantità industriale, con l’appoggio di Stati, lobby e poteri occulti nascosti nel web, campagne di menzogne ad hoc per inquinare il libero dibattito delle nostre democrazione.

È da qui che muove la squadra della commissaria digitale UE Mariya Gabriel. Perché ormai anche la stessa definizione di “fake news” comincia a diventare fake, in quanto è usata da chiunque per screditare l’avversario. Dunque, rischia di diventare sempre più difficile distinguere il… “vero falso” dal “falso falso”, con il rischio di confondere in un unico calderone ciò che invece dovrebbe essere ben circoscritto ed evidenziato. Perciò, si parla di disinformazione.

Il rapporto dell’High Level, prodotto con giorni di discussioni serrate, riconosce che le “fake news”, male pur ancora limitato per dimensioni, sono sindrome fondata nella crisi di sfiducia che oppone opinione pubblica, élite, intellettuali, polarizzando contro ogni idea, o vento, che contraddica il credo del momento (il lettore troverà nelle cronache politiche italiane in corso abbondante materiale documentario in questo senso). La malattia è il rancore e la sfiducia tra noi, che uno studio Rand chiama con amarezza “decadenza della verità”, il sintomo la disinformazione.

Di qui la scelta degli esperti della commissione di suggerire di puntare alla e-education, insegnando già a scuola come informarsi online con senso critico e fornendo a lettori e professionisti gli strumenti per riconoscere le fake news, ma anche di chiedere trasparenza agli stessi media, soprattutto sui bilanci che potrebbero rivelare meccanismi di deliberata disinformazione. La Commissione – ed è un punto di merito – sta bene attenta ad evitare, invece, qualsiasi elemento di possibile censura o compressione della libertà di espressione sul web: niente black list, sì alla responsabilità.

Quando il Rapporto è stato approvato, ho ripensato al filosofo Frank Plumpton Ramsey, genio giovinetto morto a 26 anni: la realtà ci rimanda inesorabile alla verità, la verità inesorabile alla realtà. E la verità prevale sulle menzogne, per doloroso che sia il nostro comune cammino di apprendimento.

Così conclude Riotta il suo articolo “Una bussola per fermare le fake news” (consultabile per intero sulla Stampa e sul suo blog). Anche questo, un punto di partenza.

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